NINETTA E LE ALTRE- Le Marocchinate del ’44

NINETTA E LE ALTRE- Le Marocchinate del ’44

NINETTA E LE ALTRE

Le Marocchinate del ’44

(Sacra Rappresentazione in XIV Stazioni)
spettacolo vincitore del Festival Chimere

Scritto, diretto e interpretato da Damiana Leone
E con Anna Mingarelli e Francesca Reina
Disegno Luci Alessandro Calabrese

  •   Il 2014 coincide con il settantesimo anniversario dagli eventi che hanno ispirato questa drammaturgia: lo spettacolo è inserito nel progetto “Racconta la Guerra”, il più grande progetto di teatro sullo stupro di guerra mai realizzato, condotto e ideato attraverso un’approfondita ricerca sulla storia orale dei fatti narrati.
  • Primi anni quaranta. Tre donne in scena, tre divinità pagane, arcaiche come i luoghi che le circondano: montagne, fiumi, stelle. Ninetta, Celeste e Maria.

    La scena è nuda. Unico elemento scenico sono 3 conche disposte ai tre lati della scena che formano un triangolo-recinto sacro dentro il quale si muovono le donne. Nelle conche ci sono oggetti, lenzuola e soprattutto acqua. La conca rappresenta la vita e la donna, di cui ricorda il corpo nelle forme sinuose. È la cornucopia e l’utero, ma anche un’urna cineraria, ciò da cui si nasce e in cui si ritorna, in un tempo circolare basato sulla sola alternanza delle stagioni, in una vita sempre uguale per tutte le donne da millenni.

    Si celebra il matrimonio di Ninetta, che rimane immediatamente sola perché il suo amore parte per combattere per la patria. La vita delle tre donne allora è alternata da rituali identici a se stessi, arcaici e mistici: lavare i panni al fiume, lavorare i campi, avere le visioni, guarire le malattie con le preghiere, prendere il chinino contro la malaria, aspettare i loro uomini, scrivere lettere d’amore pensando ad un fronte di guerra lontano e per la loro vita assolutamente incomprensibile. Improvvisamente la guerra si sposta nel loro mondo ameno: i tedeschi occupano la loro casa per farvi la cucina del fronte della linea Gustav. Avviene allora il confronto con il diverso, con una lingua straniera mai sentita prima, e Celeste si innamora di un tedesco che verrà ucciso davanti ai suoi occhi. I bombardamenti continui e la fame che avevano messo in ginocchio la popolazione civile, prima di allora avvezza solamente alle adunate fasciste e alle processioni dei santi, sono solo il preambolo della tragedia. Ninetta, Maria e Celeste corrono con le corone di fiori incontro ai loro liberatori, gli alleati, perché la guerra è finita, ma verranno tutte violentate dalle truppe marocchine dei francesi. Ninetta, incinta, decide di non abortire per dimenticare rassegnata una tragedia che altrimenti non avrebbe mai fine. Come lei ne verranno violentate ancora tante di donne nelle guerre, troppe, ma anche una tragedia può essere trasformata in un gesto d’amore e di speranza, anche se uno stupro di massa rimane nella terra e nelle generazioni future come un segno indelebile.

     

  • Questo lavoro è frutto di una ricerca di testimonianze durata più di un anno, ma potrei dire durato una vita dato che i racconti di quell’orrore ormai sono quasi epica tra la popolazione del basso Lazio. I fatti e i personaggi, tutti reali, sono ispirati alla violenza contro le donne delle truppe coloniali dell’esercito francese sulla linea Gustav durante la Seconda Guerra Mondiale.

     

    Secondo la tradizione quella che oggi è chiamata Ciociaria un tempo era la terra di Saturno. Qui infatti il Dio, con l’aiuto dei giganti, edificò mura enormi e città sacre dando inizio all’Età dell’oro. Nei fiumi scorrevano latte e miele, gli esseri umani, felici e senza dolori, vivevano in comunione tra loro e in armonia con la natura e gli animali- senza guerra, in uno stato perenne di pace e felicità. Ma l’uomo non riuscì a reprimere i suoi istinti primordiali e allora iniziò il conflitto che diffuse dolore e morte. Raccontiamo.

     

    Maggio 1944: sul fronte di Montecassino, sulla Linea Gustav, dopo mesi di battaglie sanguinose tra alleati e tedeschi, considerate le battaglie di terra più sanguinose della II guerra mondiale, bombardamenti a tappeto ed effetti devastanti sulla popolazione civile, migliaia di donne vengono violentate e brutalizzate dalle truppe coloniali francesi. Parliamo di loro per parlare di tutte le donne vittime di stupri di guerra. Parliamo di stupro come crimine e non come effetto collaterale della guerra.

    Questa storia potrebbe sembrare nota grazie al celebre film di De Sica tratto dall’altrettanto celebre romanzo di Moravia, ma in realtà su quella tragedia c’è ancora molto da raccontare. A parlare questa volta non saranno gli scrittori o i cineasti, ma le nipoti di quelle donne che per un anno hanno cercato e ascoltato delle marocchinate di cui si parlava come di cosa nota, usuale ma quasi leggendaria. Si, noi siamo le nipoti di queste donne, siamo le “Ciociare” di oggi che hanno sentito raccontare della guerra – da sempre -come di una favola infernale che per loro era presente costantemente eppure lontana. Allora abbiamo deciso di scavare fino in fondo, di rendere questa atroce leggenda realtà. Abbiamo spulciato libri, documentari, archivi, ma soprattutto abbiamo ascoltato loro, le donne, che ormai anziane, vivono ancora quel dramma in un ricordo vivido. Ne è emerso un quadro ancora più drammatico e desolante. In meno di dieci giorni vennero violentate tra  5.000 e 50.000 donne (questa la cifra depositata in parlamento nel 1952) tra gli 11 e gli 85 anni. Ma anche bambini e uomini. Alcune donne vennero crocifisse, brutalizzate e lapidate, i preti e gli uomini vennero impalati e trucidati, le madri si offrirono per salvare le figlie bambine.

    Eppure tra gli storici continua ad esserci la congiura del silenzio, e la letteratura ha più coraggio dei libri di storia e arriva più in fondo degli storici.

    Ora portiamo questa tragedia moderna e tutta femminile in teatro. Il testo, che dietro di sé ha una grande ricerca di memoria durata un anno, è interamente in dialetto ciociaro, dialetto che non ha avuto dignità letteraria se non ad eccezione dei Placiti Cassinensi, primi esempi di italiano volgare scritto. La lingua, di un paese non definito in un tempo e in uno spazio non definiti, è simile al latino, è arcaica e primordiale come la vita di questi personaggi, identica da secoli, a partire dalla mitica età dell’oro del regno del dio Saturno, che proprio in questi territori si sarebbe sviluppata per poi svanire soppiantata dalla guerra e dalla morte.

    Strutturato come una sacra rappresentazione in 14 stazioni, lo spettacolo racconta la storia di tre donne, di cui due Ciociare e una Veneta, a testimonianza dei Veneti che colonizzarono l’Agro Pontino ai tempi della bonifica fatta da Mussolini. La vita di queste donne scorre tra il lavoro quotidiano nei campi e l’attesa di un amore, una vita che ha un andamento circolare – una vita archetipica, come queste donne che rappresentano tre diversi aspetti del femminile e della terra come Magna Mater. Tre divinità e tre povere Criste, come quelle di Pasolini e della Morante.

    Dalla festa di fidanzamento si arriva alla guerra in casa con il conseguente stupro, dalla purezza incontaminata di una popolazione legata al lavoro dei campi e di una spiritualità quasi pagana alle marocchinate e a ciò che avvenne dopo: sifilide e varie malattie infettive, follia, suicidi, aborti, taciuti infanticidi, silenzi, omissioni, ripudi, vergogna e tanta disperazione. Queste donne cercheranno di ritornare alle loro case, ma troveranno solo macerie su cui verranno edificate case e fabbriche con scarichi inquinanti e velenosi nei fiumi e nei laghi. La violenza alla donna è la violenza alla terra. E questa terra è stata violentata dalle truppe straniere in nome della liberazione e dagli italiani in nome del progresso, senza pietà e senza dignità. Vogliamo ricordare queste donne, superare questo dolore che è anche il nostro di figlie e di nipoti, vogliamo ridare dignità ad un territorio che dalla guerra ad oggi ha solo perso.

    Vogliamo raccontare una storia che si è ripetuta e si ripete identica in ogni secolo e in ogni parte del mondo. Vogliamo quindi che si parli di stupro come arma di guerra nei libri scolastici (considerato tale solo dal 2001!) e che non si minimizzi quello che è non solo un dramma per le donne che lo hanno subito, ma anche per un territorio e per le generazioni future. Siamo state anche noi bosniache e ruandesi, non dimentichiamolo mai perché tutto ciò che raccontiamo in questo spettacolo è tutto reale.

    Per non dimenticare e parlare di donne innocenti dimenticate, vittime di guerre a volte anch’esse dimenticate, iniziamo a riparlare di noi perché la Storia si ripete troppo spesso anche nel civilissimo occidente. La guerra la fanno sempre gli uomini ma le donne sono costrette a subirla.

 

Promosso dalla compagnia “Errare Persona” con lo storico Anthony Santilli e l’Archivio di Stato di Frosinone, patrocinato da Amnesty International con il contributo della Provincia di Frosinone, per la creazione di un archivio storico sul fronte di Montecassino e incentrato sulla ricerca storica di fonti orali applicata al teatro antropologico e di narrazione.